Blog del gruppo stabile del Vicariato III di Correggio (Diocesi di Reggio Emilia - Guastalla)
per l'applicazione del Motu proprio "Summorum Pontificum" di S.S. Benedetto XVI

venerdì 6 dicembre 2013

L'obbedienza come virtù


CORREGGIO - Don Rino aveva sulla sua scrivania una reliquia del Santo Curato d'Ars. Assieme al fermaglio donatogli da Paolo VI era uno degli oggetti da cui non si separava mai. Non perchè fosse un amuleto, ma perchè lo richiamava sempre alla sua missione: preghiera e sofferenza nella gioia di essere prete. Don Rino ha sofferto nel fisico per quel cuore malandato che lo ha tradito senza avvertirlo nel sonno.

Ma aveva anche sofferto come soffrono tutti i parroci quando si caricano delle tensioni e degli stress che vivono a contatto con i fedeli che gli sono affidati. Gestire una parrocchia non è un lavoro che alla fine dell'anno porta utili o dividendi. E don Rino sapeva che alla fine di tutto, oltre gli sforzi, gli restava quella reliquia: monito perenne della sua chiamata a servire e soffrire. Però all'atto pratico, la sua schiva bonomia, quasi pudica nei toni e nei gesti, lo trasformava in un decisionista quando si trattava di lavorare per la Casa del Signore.

Sotto di lui la Basilica di San Quirino ricostruì l'organo, la Pala d'Altare maggiore, rimontò persino l'antico fonte battesimale, infischiandosene delle opposizioni moderniste di alcuni soloni di curia, portò a termine i restauri della Basilica dopo il sisma del 2001, fece restaurare le sagrestie e diverse pale d'altare. Ma rimase povero.

Come un San Francesco moderno ripeteva spesso che la povertà si deve fermare ai piedi dell'altare. E sull'altare ogni solennità di tutti i santi voleva che fossero esposte alla venerazione le reliquie della parrocchia: «Perchè sono il nostro album di famiglia. I santi sono quelli che fanno il tifo per noi in cielo. Ci stanno dicendo che che se ce l'hanno fatta loro ce la possiamo fare anche noi».

Difficilmente lo si sarebbe inquadrato in una delle categorie clericali moderne e mediatiche. Don Rino ha vissuto l'obbedienza come la principale delle virtù quando tutt'intorno, da don Milani in poi, molti altri confratelli dicevano il contrario. Soffriva per le divisioni politiche e dottrinali dei cattolici, forse su quest'aspetto ha dovuto farsi perdonare una certa timidezza caratteriale nell'esporsi.

Ma offriva anche questo in sacrificio. Al fondo ha amato Chiesa con gli strumenti più nobili che gli sono stati dati in mano nel giorno della sua ordinazione sacerdotale: l'umiltà, la pazienza e l'obbedienza. E nel viverli, li ha tramandati. Mi resta l'ultima immagine di venerdì: un prete malato che sale in macchina avvolto in un cappotto nero, che abbraccia la reliquia di Rolando Rivi come un bambino stringe al petto il suo orsacchiotto, per proteggerlo. Per proteggersi. Nella destra la lettera del vescovo. E nel cuore la gioia di essere riuscito ancora una volta a servire la Chiesa.

Andrea Zambrano

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